Mitilicoltura nel Golfo di Trieste

A cura del dott. Walter De Walderstein

Pubblichiamo un interessante indagine conoscitiva sulla mitilicoltura nel golfo di Trieste con informazioni scientifiche utili a tutti partendo dal Ciclo biologico al quale seguiranno altri capitoli dando così un quadro completo divulgativo di un settore così importante nel panorama alimentare della nostra regione.

Ciclo biologico ed attività colturali

Iniziamo con il dire sorprendentemente che il mitilo (Mytilus galloprovincialis) in natura è una specie infestante e con consistente presenza nel macrofouling (incrostazioni in inglese appunto fouling), ma che coltivato sta diventando il cibo del futuro, trainando anche l’allevamento-coltivazione di altre specie marine.  Praticamente lo stesso percorso delle Graminacee che, da specie infestanti, come l’attuale gramigna (Cynodom sp.), sono diventate la base dell’alimentazione dell’uomo. La diffusione e rapidità di crescita del mitilo sono stati i principali fattori che hanno consentito la sua coltivazione. In gran parte delle zone eutrofiche delle coste mediterranee europee (come pure in altre parti del mondo per specie congeneri) è sufficiente immergere nel periodo opportuno materiali quali cavi, manufatti in cemento o plastica se simili, per consentire alle larve di mitilo di attecchire, entro breve accrescersi e divenire prima visibili e poi ricoprire tutta la superficie disponibile. Di fatto, questa è la prima operazione colturale  da eseguire,  ossia porre in opera i filari e legare sui cavi di sostegno spezzoni di cavo o altro substrato per aumentare la captazione del novellame; entro 2-3 mesi il novellame raggiunge una taglia sufficiente per esser raccolto ed innestato. Innestare è l’operazione colturale di immettere in un tubo di plastica, incalzato da una rete tubolare in polietilene, gli aggregati di mitilo tenuti assieme dal bisso in modo da formare un pergolato; questi viene posto in coltura legandolo ai cavi di sostegno dei filari. A seconda delle condizioni ambientali (temperatura, salinità, eutrofia ecc.) i giovani mitili si accrescono ed escono dalla rete tubolare, che alla fine rimane al centro del pergolato (in termine marinaresco il pergolato risulta gonfio), ne consegue un nuovo innesto, affinchè gli aggregati di mitili con un bisso troppo debole non si stacchino e cadano a fondale. 

Il reinnesto viene eseguito con un tubo ed una maglia di dimensioni maggiori.  Con il nuovo millennio, la meccanizzazione delle lavorazioni a bordo ha consentito di utilizzare la doppia calza, di cui una in cotone si disgrega in tempi brevi.  In tal modo è possibile effettuare una migliore selezione in più taglie ed un maggior lavaggio dei sedimenti, che limitano la formazione del bisso. Attualmente la povertà trofica delle acque non consente un rapido accrescimento, che anni addietro consentiva di avere tutta la produzione di taglia commerciale nell’estate successiva alla captazione del novellame. La produzione invenduta deve superare l’inverno e rimanere indenne da epibiosi di altri filtratori che si insediano sulla conchiglia del mitilo (serpulidi, cirripedi, ascidie e altri bivalvi). Oltre a ciò, i mutamenti climatici hanno scompaginato la stagionalità del ciclo biologico che prevedeva la pienezza delle parti eduli nel periodo estivo-autunnale. Negli ultimi anni l’accrescimento e la pienezza dei mitili è variata sia per l’incremento della temperatura del mare sia per la probabile discontinuità e/o inversione temporanea del regime delle correnti. Di fatto nel 2018 in estate i mitili erano vuoti e piccoli mentre nell’inverno 2018-19 si presentavano accresciuti con una buona percentuale della parte edule per diversi periodi a seconda della zona di produzione. Evento che si sta ripetendo anche da fine gennaio 2020. 

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